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martedì 20 dicembre 2011

LEONARDO DA VINCI

Leonardo da Vinci nacque nel 1452.


Conosciamo la figura di Leonardo, grazie soprattutto alla testimonianza di Giorgio Vasari, che non lo conobbe  di persona, in quanto aveva solo otto anni quando Leonardo morì, ma lo ammirava così profondamente da paragonarlo al divino.

Tuttavia dobbiamo riconoscere a questo figlio illegittimo di un notaio, delle capacità inconsuete: fu pittore, architetto, scultore, ingegnere, studioso di scienze naturali, anatomista.
A quei tempi i figli illegittimi non potevano intraprendere studi importanti, per questo motivo fu costretto a dedicarsi alle cosiddette ARTI MINORI. Infatti iniziò come apprendista nella bottega di Andrea Verrocchio.
Insieme al Verrocchio dipinse il Battesimo di Cristo, dove il maestro gli lasciò eseguire uno dei due angeli, il più bello, quello a destra, che, osservato ai raggi x, non presenta neppure i segni del pennello, ma solo sottilissime sovrapposizioni di colore!
Il Vasari non riconosce nel Verrocchio l’ispiratore del genio di Leonardo, però è bello immaginare un ragazzino di 15 anni che osserva il maestro mentre mette a punto la carrucola (progettata dal Brunelleschi) per issare sulla cupola di Santa Maria Maggiore, che è il Duomo di Firenze, una palla di rame da due tonnellate! Nei quaderni di Leonardo, i disegni di quella carrucola ci sono! Forse fu proprio quel progetto ad ispirare il Leonardo ingegnere che inventò i più geniali marchingegni: dobbiamo a Leonardo il carro armato, il paracadute, lo scafandro, il ventilatore, il distillatore,  l’escavatore, ed  altri ancora.

Leonardo fu estremamente geloso dei suoi quaderni e dei suoi appunti, per questo scriveva da sinistra verso destra, in una calligrafia speculare (oltretutto era mancino) e anagrammava le parole più segrete. Anche la sua scrittura, infine, desta meraviglia: invece che con una comunissima penna d'oca, Leonardo sembra avere vergato i suoi quaderni con un prototipo di penna stilografica, inventata da lui stesso con tutta probabilità, come dimostrano alcuni suoi disegni.

Il disegno per Leonardo rappresentò una passione che non abbandonò mai.

La testa femminile conservata agli Uffizi, è un disegno a penna con ACQUARELLATURE marroncine, biacca e matita nera su carta. Il tratto è delicato, giocato sul tratteggio. I capelli sono disegnati uno ad uno; l’inclinazione del volto è particolarmente studiata.

Nel nostro libro manca un disegno famosissimo di Leonardo, il suo autoritratto, conservato a Torino. Si tratta di un disegno su carta, eseguito A SANGUIGNA, una pietra ferrosa e friabile. Gli occhi, all’ombra delle lunghe sopracciglia, non guardano avanti, ma leggermente di lato. Egli si sa guardare con grande realismo, le rughe, i cedimenti, la piega amara delle labbra, l’espressione di un uomo vissuto. E’ l’unica immagine ufficiale che abbiamo di un  Leonardo già anziano. Non esistono altri ritratti certi di Leonardo, anche se probabilmente il Verrocchio lo aveva preso come modello per la sua statua del David.
Si sospetta che anche l’uomo vitruviano sia un autoritratto. Un’altra immagine di Leonardo è compresa nel dipinto della “Scuola di Atene” di Raffaello (Vaticano), in cui il pittore si è divertito a ritrarre i suoi amici nelle vesti di celebri filosofi e che a Leonardo ha assegnato la parte di Platone.

Un altro famoso disegno, conservato alla National Gallery di Londra, rappresenta Sant’Anna, la Vergine, il Bambino e san Giovannino. E’ eseguito a carboncino, biacca e SFUMINO, che era uno rotolo di carta che serviva a spandere le linee eseguite con il carboncino. Si tratta di un disegno preparatorio per un dipinto che è conservato al Louvre. Le pose tipiche leonardesche dei personaggi, sono animate da un gioco di sguardi, di gesti: le mani indicano, benedicono, accarezzano. Le figure di Leonardo hanno “moto et fiato”, sembrano vere.

Ed è proprio in questo concetto che si impernia la caratteristica principale della poetica figurativa di Leonardo da Vinci: il CONTRAPPOSTO  e lo SFUMATO. Per “contrapposto” si intende il bilanciamento della figura, la torsione dei busti intorno ad un asse. Per “sfumato” si intende il passaggio graduale ed impercettibile dall’ombra alla luce, così da perdere la precisione dei contorni, che non sono più netti e marcati.

Leonardo ci ha lasciato anche innumerevoli disegni di anatomia, dalla perfezione ammirevole. I due crani sezionati facenti parte della raccolta reale del castello di Windsor, sono dei disegni a penna in inchiostro bruno e carboncino su carta. La parte superiore del foglio, presenta un cranio senza una parte della calotta cranica. Nel disegno della parte inferiore del foglio, il cranio, completamente sezionato, è in proiezione ortogonale. Notiamo anche delle linee che individuano dei punti particolari, che sono le aree che per Leonardo rappresentavano, nella sua visione filosofica, la sede dell’anima, oppure le sedi dei sensi.

Non si accontentò mai di studiare le verità tradizionali: curioso com’era, avvertiva il bisogno di sperimentare qualsiasi fenomeno, fisico o naturale che fosse.
Si fece rilasciare un permesso speciale per disseppellire i cadaveri per poterli esaminare anatomicamente.  Eppure era vegetariano, animalista: comprava al mercato gli uccelli in gabbia e poi li liberava  nel bosco.

L’unica cosa che Leonardo non riuscì a fare, fu di imparare il latino, che gli avrebbe consentito di partecipare in modo attivo ai vari circoli culturali del suo tempo, che, come ben sappiamo, si esprimevano in latino, la lingua dei dotti. “Omo sanza lettere” diceva di se stesso, in una pagina del Codice Atlantico. Nei suoi appunti abbiamo trovato pagine e pagine di esercitazioni di grammatica latina, che non gli servirono.

Uno dei suoi primi dipinti fu la tavola dell’Annunciazione. Il dipinto è caratterizzato da un fatto curioso: Leonardo commise un errore di prospettiva. Tale errore riguarda il braccio della Vergine che risulta fuori dagli assi prospettici: è troppo lungo!

Ma è con il dipinto “Adorazione dei magi “ che esprime il suo stile unico. Lo studio della prospettiva è architettata ingegnosamente. I particolari vengono scelti con cura anche secondo il loro significato simbolico: l’alloro e la palma rappresentano il destino del Bambino, cioè rispettivamente il trionfo ed il martirio.
Il linguaggio dei gesti e degli sguardi, viene completato dagli scuri accentuati per far risaltare le parti illuminate: l’effetto scultoreo delle figure risulta elevatissimo.
Questo dipinto non venne terminato, come anche una infinità di altri lavori di Leonardo.
Sappiamo dal Vasari che Leonardo non era molto costante: si lasciava ammaliare da molte ispirazioni,  che poi, una volta sperimentate, venivano abbandonate.
Quando veniva colto dall’ispirazione, lavorava febbrilmente al disegno preparatorio, poi iniziava il lavoro sulla tela. Infine si stufava e lo lasciava colorare agli allievi, perchè lui era già tutto preso da qualche altro progetto.

Quando Leonardo abbandonò Firenze per Milano, si mise a disposizione di Ludovico Sforza, che lo accolse alla sua corte come ingegnere e progettista civile e militare (progettò armi da guerra).

A questo periodo milanese risalgono i disegni di chiese a PIANTA CENTRALE create secondo il concetto filosofico che sfera e cerchio fossero figure perfette, in quanto aventi tutti i punti equidistanti. Inoltre la sfera simboleggia l’universo, Dio e la Madonna.
Forse affascinato dalla lettura de la Storia Naturale di Plinio il Vecchio, Leonardo progetta,  una città su due livelli, con canali sotterranei e fognature le cui condutture sono collegate alle abitazioni!

A Milano esegue su commissione della Confraternita dell’Immacolata Concezione il famoso dipinto della Vergine delle Rocce. L’ambientazione ombrosa e rocciosa è forse dovuta al fatto che era destinata ad una chiesa paleocristiana che sorgeva in un luogo chiamato “grotta”. La tavola doveva inserirsi in un grande altare con altre opere.
Anche in questo dipinto è presente il gioco dei gesti, degli sguardi, delle mani dei personaggi che indicano,  trasmettono un messaggio.
La visione prospettica è resa dalla STRUTTURA PIRAMIDALE DELLA COMPOSIZIONE DELLE FIGURE, in cui la Vergine tiene la posizione centrale, circondata da san Giovannino, il Bambino e l’angelo Uriele.
E’ un dipinto enigmatico, di cui esistono due esemplari, uno conservato al Louvre e l’altro alla National Gallery.  Quella del Louvre è interamente dipinta dal maestro, mentre l’altra è stata terminata dagli allievi.
Leonardo infatti pensò alla versione del Louvre, dove i personaggi non hanno aureola o simboli sacri e dove l’angelo indica simbolicamente il San Giovannino. I monaci lo rifiutarono giudicandolo blasfemo. Leonardo fu costretto a rifare l’opera con croci, aureole e senza mani indicatrici. Però lo fece terminare dagli allievi.

Ma l’opera più significativa di Leonardo da Vinci è senz’altro il Cenacolo, eseguito su commissione di Ludovico Sforza nel refettorio del Convento di Santa Maria delle Grazie, a Milano. Il Vasari ci avvisa che nel cenacolo di Santa Maria delle Grazie, vi è un’altra opera di Leonardo, che purtroppo è quasi invisibile, che consiste nei ritratti della famiglia di Ludovico il Moro, dipinti a tempera secca.
L’ultima cena era stata già proposta innumerevoli volte da altri pittori, ma l’attimo immortalato era sempre stato quello della benedizione del pane, l’eucarestia. Leonardo no. Sceglie un altro momento: quello in cui Gesù annuncia “uno di voi mi tradirà”. Non ha voluto rappresentare un evento religioso, bensì un atto umano: il tradimento di un amico.
Congela dunque l’attimo di stupore, interrogazione, incredulità, rabbia, sui volti e nei gesti degli apostoli.
Si racconta che per dipingere  gli apostoli dell'affresco del Cenacolo, egli sia andato per più di un anno, nei sobborghi della periferia di Milano, alla ricerca di una fisionomia che evocasse la scelleratezza di Giuda.
Organizzò addirittura un banchetto per i mendicanti della città, che intrattenne tutta la sera con barzellette divertenti, affinché, facendole ridere, i tratti del loro viso si facessero ancora più deformi. Leonardo poté così studiarli attentamente, e una volta che gli invitati se ne furono andati, trascorse tutta la notte a disegnarli. L'immagine che ci viene restituita è ancora una volta quella di un Leonardo curioso oltre ogni limite e assetato di conoscenza.
Leonardo usò una mistura particolare contenente la chiara d’uovo per dipingere “il Cenacolo”: una pittura che cominciò a sfaldarsi quando era ancora in vita.

Ma il dipinto dovette sopravvivere ad altre peripezie: i frati dell’oratorio aprirono una porta, che ne danneggiò la parte inferiore; un’alluvione arrivò fin dentro il refettorio ed infine, durante il secondo conflitto mondiale, l’affresco si salvò miracolosamente dal bombardamento che distrusse buona parte del refettorio.
Il Cenacolo è tornato di moda grazie al romanzo “il Codice da Vinci”, perchè alla figura dolce dell’apostolo Giovanni è stata attribuita l’identità della Maddalena. Sono falsità. E’ doveroso qui ricordare come Leonardo nutrisse per la figura di San Giovanni un affetto particolare, sia per le rappresentazioni del San Giovannino, sia per le rappresentazioni del Santo adulto, che Leonardo dipinse di una bellezza effeminata, perché questo era il suo ideale maschile.
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San Giovanni era il più giovane degli apostoli e Leonardo lo omaggia donandogli quella bellezza tipicamente femminea che attribuiva al suo ideale d’uomo, che rifletteva la filosofia antica dell'essere perfetto: uomo e donna uniti in una sola persona. Lo si vede nel San Giovanni e nel Bacco, nome attribuito al suo san Giovanni nel deserto, che è stato successivamente rivestito, perchè all’origine era nudo.
Altro capolavoro di Leonardo, è la “Dama con l’ermelino”, Il volto è defilato di tre quarti e guarda in un punto imprecisato, mentre la luce investe violentemente il volto, che sembra atteggiato ad un fugace sorriso.
L’opera deve essere costata parecchio tempo e pazienza a Leonardo, a cominciare dalla difficoltà di far sedere in grembo alla ragazza il furetto. Gli ermellini nel milanese non esistevano nemmeno a quei tempi. L’animale simboleggia la purezza e l’intelligenza.

Ma il ritratto più famoso del mondo è quello di Monna Lisa, noto anche  come la Gioconda.
Pare che Leonardo avesse realizzato il ritratto a Firenze, per la moglie di Francesco del Giocondo, lasciandolo incompleto. Successivamente, a Roma, lo modificò per farne il ritratto alla protetta di Giuliano de’ Medici. Ma ancora oggi non si sa chi sia con certezza la donna del ritratto.
Raffaello testimonia di aver visto i disegni preparatori per la Monna Lisa e di esserne rimasto colpito.
La tavola colorata ad olio mostra una giovane donna,  proposta di tre quarti, che guarda verso lo spettatore e sorride lievemente. Pare seguire con lo sguardo l’osservatore. Alle sue spalle un grandioso paesaggio.
Il segreto di questo dipinto sta nella tecnica dello SFUMATO.
Leonardo ha nascosto nell’ombra i lati della bocca e gli angoli degli occhi. L’impossibilità di afferrare i contorni precisi impedisce che si abbia di lei un’immagine sicura, per cui si è catturati, non si riesce più a distogliere lo sguardo.
L’immagine sembra pulsare, respirare.
I contorni sfumati della figura, fondono Monna Lisa con il paesaggio che sta alle sue spalle. Un paesaggio desertico, roccioso, con due laghi ed un ponte, che forse è il simbolo del superamento umano degli ostacoli della natura.

Natura che affascina Leonardo anche nella sua violenza, come testimoniano le visioni catastrofiche contenute nelle note del codice Hammer (che adesso appartiene a Bill Gates, il proprietario di Microsoft!) o ancor meglio raffigurate nei disegni a carboncino su carta ruvida, che rappresentano una città al centro di un vortice e un uragano sul mare.
Gli scritti lasciati da Leonardo sono chiamati Codici. Come il codice Atlantico, il codice Trivulziano, Il Codice sul volo degli uccelli, I Codici Forster, I Fogli di Windsor, I Codici di Madrid.

Leonardo morì in Francia nel 1519, all’età di 67 anni. Il Vasari racconta che morì fra le braccia del re di Francia, Francesco I, che era diventato suo grande amico.

ANTONIO CANALETTO

ANTONIO CANALETTO
(1697 – 1768)

Nasce a Venezia da una famiglia d’arte, poichè il padre ed uno dei fratelli erano scenografi e decoratori. Viene dunque formato sui modelli del rococò tipico dell’ambiente teatrale.
Recatosi a Roma all’età di 22 anni ha modo di esercitarsi a dipingere dal vivo le rovine antiche ed entra in contatto con il vedutista fiammingo Gaspard van Wittel, il padre di Vanvitelli.
E’ in quegli anni che il Canaletto abbandona la tradizione teatrale per abbracciare il vedutismo, diventando in breve tempo il più celebre e stimato artista, specializzato in vedute veneziane. La comunità inglese di Venezia venne letteralmente affascinata dalla precisione dei suoi dipinti e Canaletto finì per trasferirsi a Londra per lavorare alle commissioni della clientela inglese.
La sua produzione migliore resta quella della fase giovanile, perchè fresca ed originale; infatti il successo di alcuni soggetti del suo repertorio vennero in seguito riproposti innumerevoli volte per accontentare la clientela. Venne nominato membro d’onore dell’Accademia di Venezia, dove morì dopo una lunga malattia.

QUADERNI DI DISEGNI – Gallerie dell’Accademia – Venezia
È una raccolta di vedute che Canaletto realizzò a Venezia con la sua camera ottica portatile. Non sono semplici schizzi ma rigorosi disegni prospettici preparatori, spesso riportanti appunti come misure, colore dei materiali ecc ecc. Canaletto nella sua arte ripudierà sempre la rappresentazione teatrale barocca e rococò che tendeva a deformare la prospettiva della scena. Egli infatti, pur non essendo un intellettuale, inconsapevolmente favorirà scrupolosamente gli ideali illuministi, ricercando la razionalità per riprodurre la realtà priva di correzioni ottiche.

IL RITORNO DEL BURCINTORO AL MOLO NEL GIORNO DELL’ASCENSIONE – Royal Collection – Windson Castle



Olio su tela in cui i temi del vedutismo di Canaletto appaiono perfettamente delineati, in quanto il dipinto rivela uno studio accuratissimo, con camera ottica, dell’architettura degli edifici rappresentati, che non sono più solo sfondi decorativi. Piazza san Marco viene dipinta con un rigore straordinario.
Ma la novità del Canaletto non si limita al rigore tecnico della prospettiva: egli infatti sa fare uso assai appropriato dei colori puri chiari per simulare la luminosità diurna.
Infine le figure presenti, come barcaioli, gondolieri, ecc vengono dipinti nei minimi dettagli, senza tuttavia essere mai troppo appariscenti negli atteggiamenti.
L’evento descritto, di cui sono state fatte tre repliche,  è una delle più suggestive cerimonie veneziane, lo sposalizio del mare, che avviene il giorno dell’Ascensione. Il Doge saliva sul burcintoro, che era una grandiosa ed antica nave da parata con due alberi d’oro. In mezzo ad un corteo di imbarcazioni il burcintoro si avviava lentamente verso il mare, dove il Doge gettava la vera, cioè l’anello nuziale. Il Canaletto ha scelto di rappresentare il momento in cui la nave fa ritorno verso il molo di Palazzo Ducale.
Il burcintoro rappresentato dall’artista è l’ultimo varato nel 1729, tutto ricoperto di sculture dorate, che venne depredato e distrutto dai francesi dopo la sconfitta di Venezia del 1798.

MOLO CON LA LIBRERIA E LA CHIESA DELLA SALUTE SULLO SFONDO – Pinacoteca del Castello Sforzesco – Milano
Anche di questo olio su tela sono state fatte altre versioni sullo stesso soggetto. La consueta perfezione prospettica viene ulteriormente accentuata dai colori chiari che rendono la scena nitida come se la osservassimo riflessa attraverso le lenti della camera ottica. Il sole illumina l’architettura degli edifici in una giornata tersa in cui bambini giocano sul molo, mentre mercanti e barcaioli svolgono le loro normali attività quotidiane.
postato da mfranceschi alle ore 17:32 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: storia dellarte

VEDUTISMO E CAMERA OTTICA

VEDUTISMO E CAMERA OTTICA

Il Vedutismo è un genere pittorico che rappresenta vedute prospettiche di paesaggi e città. In epoca rinascimentale e barocca le vedute potevano essere di fantasia, mentre che nel corso del 18° secolo diventano sempre più riprese dal vero.

Contemporaneamente gli studi di ottica hanno reso possibile la messa a punto della camera ottica, quello strumento che con l’ausilio di specchi e lenti, proietta l’immagine capovolta su un fondo; in realtà lo strumento era già noto alla fine del 500 anche se viene perfezionato nel 18° secolo.
Diventerà poi la nostra macchina fotografica.

Per il momento è lo strumento con cui i pittori vedutisti cercano di riprodurre il più fedelmente possibile un’immagine reale.




Si tratta di un armadio trasportabile a portantina. Alla sommità c’è uno specchio che proietta su un foglio di carta posto sul piano al quale si siede il vedutista ( al buio all’interno dell’armadio) che poi potrà ricalcare l’immagine  riflessa.
C’era anche la versione più piccola, da passeggio, grande quanto una scatola da scarpe, molto più simile come funzionamento alla nostra macchina fotografica. Questa volta lo specchio proiettava l’immagine sul vetro smerigliato. Il vedutista appoggiava il foglio al vetro e ricalcava per trasparenza.

E’ facile immaginare quanto questa tecnica abbia cambiato il modo di dipingere del 18° secolo!

La nuova pittura diventa una ricerca del vero architettonico, della vera prospettiva, della perfezione assoluta dell’immagine reale.

Massimo esponente del vedutismo veneziano fu Antonio Canaletto.

GIAMBATTISTA TIEPOLO

GIAMBATTISTA TIEPOLO
(Venezia 1696 – Madrid 1770)

Tiepolo coprì quasi per intero il secolo iniziato con il Barocco e terminato con il Neoclassicismo, pagandone le conseguenze.  Basandosi principalmente sulla tradizione cinquecentesca dei coloristi veneti e prediligendo i temi della prospettiva e della luce, come il Veronese, egli fece largo uso dei colori complementari per esaltare la luce, giustapponendo il più possibile le coppie di colori allo scopo di ottenere l’accordo più luminoso.
Dapprima il suo stile venne esaltato e l’artista divenne ricco e famoso in tutta Europa. Con l’avvento dello stile neoclassico, la sua pittura venne reputata sorpassata e la sua fama ebbe rapido declino.
Con Tiepolo si chiude la stagione della pittura veneta e della pittura italiana.
Il suo grande repertorio comprende grandiosi affreschi, ritratti e ben duemila tra disegni, bozzetti ed incisioni.

MARTIRIO DI UNA SANTA – Uffizi – Firenze
Nei disegni si apprezza la grande espressività dell’artista che con pochi tratti di penna, matita e qualche aquarellatura, riesce a costruire forme nitide e figure solide. In particolare questo disegno presenta una luminosità straordinaria, come se il foglio fosse illuminato dal retro.

QUADRATURISMO
Il termine venne coniato da Vasari e si riferisce alla tecnica di rappresentare pittoricamente le forme architettoniche. Celebre quadraturista settecentesco fu Gerolamo Mengozzi Colonna, raffinato professore di disegno e scenografo di straordinaria abilità tecnica, che lavorò spesso alla preparazione delle quadrature prospettiche per gli affreschi di Tiepolo. Rispetto al rinascimento, il settecento ha diverse esigenze prospettiche dovute anche alle nuove scoperte matematiche, che pretendono nuovo ed estremo rigore nella rappresentazione.

BANCHETTO DI ANTONIO E CLEOPATRA – SALONE DELLE FESTE – Palazzo Labia – Venezia
Il Mengozzi Colonna creò per questo dipinto una griglia prospettica impeccabile, fatta di un arco a tutto sesto, retto da pilastri e colonne, con quattro gradini che rialzano la scena rispetto al pavimento del salone dando l’impressione che vi sia davvero un’altra sala attigua.
Il questa quadratura Tiepolo dipinge i suoi personaggi con un punto di vista prospettico dal sotto in su, ricreando l’atmosfera dell’ambiente curando minuziosamente il fasto delle vesti e le caratteristiche dei personaggi. I due amanti sono ritratti mentre siedono ai lati opposti di una tavola, attorniati da servitori neri ed un nano di corte visto di spalle. Cleopatra incarna la dama settecentesca, sia per l’atteggiamento sia per l’abbigliamento. In questo dipinto l’uso dei colori complementari viene portato all’estremo per catturare la luce.

AFFRESCHI DELLO SCALONE D’ONORE DELLA  RESIDENZA WUNZBURG – Baviera -  Germania
Tiepolo, famoso in tutta Europa, venne chiamato dal principe-vescovo di Franconia (Carlo Filippo von Greiffenklau) ad affrescare la  volta dello scalone d’onore della sua magnifica residenza progettata dal celebre architetto BALTHASAR NEUMANN, uno dei massimi esponenti del Rococò tedesco. Il tema allegorico è un cielo di nuvole vaporose che rappresenta l’Olimpo in cui i quattro continenti rendono omaggio al principe vescovo.
Tiepolo si può sbizzarrire in tutta la sua raffinata fantasia per creare scene che mescolano mitologia, religione, esotismo.
Nell’insieme si ha l’illusione ottica che i personaggi non siano dipinti ma siano piuttosto statue colorate.

IL SACRIFICIO DI IFIGENIA - Affreschi della palazzina e della foresteria di Villa Valmarana – Vicenza




Ancora una volta Tiepolo lavora in collaborazione con i quadraturista Mengozzi Colonna. Per questo intervento si avvale anche dell’aiuto del figlio Giandomenico, che non diventerà celebre come il padre in quanto non dotato del medesimo talento (di lui abbiamo paesaggi e caricature di  Pulcinella).
I temi tiepoleschi per Villa Valmarana sono tratti dal repertorio epico-leggendario di opere di Virgilio, Omero, Ariosto eTasso di cui il committente, Giustino Valmarana, è appassionato lettore.
Nel Sacrificio di Ifigenìa, Mengozzi Colonna ha creato una quadratura eccezionale perchè le finte colonne ioniche dipinte sorreggono la vera trabeazione della stanza.
A sinistra la nube che Tiepolo ha dipinto pare al di qua della colonna, come se fosse reale.
Sulla nube c’è la cerbiatta divina, mandata dalla dea Artemide, che pare proietti la luce sulla scena.
Ifigenia sta per essere sacrificata. Tutti si sono accorti dell’apparizione tranne lei, che rivolge uno sguardo pietoso al sacerdote suo carnefice, ed il padre Agamennone, all’estrema destra del dipinto, con il volto coperto per non vedere.
L’azzurro del cielo contrasta con la tonalità aranciata dei personaggi in un potente gioco di colori complementari che esalta la luce.

LUIGI VANVITELLI

LUIGI VANVITELLI
(1700 – 1773)

Anche se era figlio di un celebre pittore vedutista olandese, Gaspard van Wittel, che vedremo in seguito ispirerà l’arte del Canaletto, in realtà Vanvitelli non divenne famoso per i dipinti, bensì per il suo talento di architetto e, per la prima volta, di ingegnere, in quanto egli non soltanto è in grado di usare i vari stili in modo armonico, ma anche, essendo esperto in matematica, geometria e fisica, di progettare edifici strutturati in modo solido.
Lo stile di Vanvitelli viene spesso considerato già neoclassico, anche se in realtà, quando il neoclassicismo ha iniziato a diffondersi, egli era già nel pieno della sua maturità artistica. In effetti egli, pur partendo dal barocco, dimostra una grande sensibilità classica, dovuta allo studio delle rovine antiche.

CUPOLA DI SAN PIETRO – Roma
Viene nominato primo architetto della Fabbrica di San Pietro per rinforzare la cupola michelangiolesca. Egli progetta un ingegnoso sistema mediante cerchiature con catene di ferro, dimostrando una grande perizia tecnica.

REGGIA DI CASERTA – Caserta
La progettazione della reggia per il re di Napoli, Carlo III di Borbone, non si limita all’edificio abitativo. L’intervento riveste carattere territoriale, come fece Juvara per la palazzina di Stupinigi, perchè oltre alla reggia, un parco immenso, sul modello di Versailles, si estende a perdita d’occhio, partendo dalla facciata tergale dell’edificio, con fontane, vasche, cascate artificiali, boschi disegnati in una precisa ambientazione teatrale.



La nuova reggia rappresenta il simbolo della potenza borbonica.
Il palazzo è un parallelepipedo a pianta rettangolare, diviso all’interno, in 4 immensi cortili di oltre 3800 metri quadrati ciascuno. Domina il centro dell’edificio un  enorme atrio ottagonale in cui due bracci mediani s’incontrano dando origine a delle prospettive molto scenografiche, secondo il gusto Barocco. Da questo atrio si diparte il più grande scalone italiano, largo 18 metri, straordinariamente decorato e studiato dal punto di vista prospettico.
La facciata ha 108 finestre disposte su tre piani e le ali laterali sono leggermente agettanti rispetto al piano della facciata in modo da movimentare il gioco geometrico.
La scenografia dell’insieme della reggia di Caserta è simile ad un fondale di teatro, in cui è facile immaginarsi i personaggi delle commedie di Carlo Goldoni, con cavalieri imparruccati e dame in crinolina.

PS : a Brescia Luigi Vanvitelli progettò il Salone Vanvitelliano nel Palazzo della Loggia, che ospita la sala delle conferenze ed è spazio espositivo utilizzato per le mostre d’arte.

FILIPPO JUVARA

FILIPPO JUVARA
(1678 – 1736)

Amedeo II di Savoia, re di Sicilia, quando si trasferì a Torino, si portò appresso un artista siciliano, Filippo Juvara, che dal padre orafo aveva imparato l’arte della modellazione scultorea.
Juvara si era formato a Roma come architetto presso Carlo Fontana e fin da subito si era fatto apprezzare come scenografo.
Seguendo il re a Torino, venne nominato primo architetto di corte.
I Savoia avevano una mentalità fortemente illuminata ed il Piemonte era lo stato di gran lunga meglio organizzato. Ciò portò alla richiesta di ridisegnare la città di Torino e Juvara, memore del suo passato di scenografo, la arricchì sapientemente di strade agevoli e palazzi inseriti in modo omogeneo nel contesto ambientale.

LA BASILICA DELLA SUPERGA – Torino – Collina della Superga
E’ un edificio monumentale che sorge sulla collina della Superga che domina tutta Torino. La famiglia Savoia ordinò questa basilica per ricordare le vittorie sulla Francia.
Juvara ha saputo fondere senza forzature temi architettonici estremamente diversi: abbiamo un pronao a pianta quadrata che ricorda un classico corinzio, come un pantheon, con otto colonne di marmo di Gàssino; abbiamo una cupola rinascimentale di gusto michelangiolesco; abbiamo due massicci campanili gemelli in stile barocco, di evidente derivazione borrominiana.
L’effetto è molto teatrale. Se ci si muove intorno al complesso, si ha l’impressione che i vari elementi cambino le proporzioni, dilatandosi e comprimendosi in un gioco suggestivo di effetti ottici. La basilica della Superga rappresenta  l’emblema dei Savoia ed è il simbolo di Torino: ne è la prova la cripta che contiene le tombe degli illustri rappresentanti di questa famiglia.

PALAZZINA DI CACCIA – Stupinigi – Torino




Questo edificio è testimonianza di vita della corte settecentesca che, mentre l’Europa è travagliata da guerre e crisi economica, si intrattiene tra balli, festeggiamenti, banchetti e battute di caccia.
La palazzina di caccia, che venne costruita per ospitare gli illustri invitati del re alle sue battute di caccia, è di grande impatto scenografico ed urbanistico in quanto non è un semplice edificio ma un organismo complesso, composto da un grande salone centrale di forma ellittica dal quale si dipartono quatto bracci disposti a “croce di sant’Andrea” che racchiudono gli appartamenti reali, degli ospiti, le abitazioni di servizio e le scuderie.
Il salone centrale, destinato ai ricevimenti ed ai balli, è attorniato da tante sale, camere ed anticamere, tutte arredate con con grande sfarzo, impiegando materiali preziosi come lacche, porcellane, radiche pregiatissime.

La Laccatura: è un procedimento per ottenere una superficie di legno liscia e lucida come vetro. Si ottiene stendendo una resina lattiginosa ricavata da una pianta orientale; la lacca asciuga molto lentamente creando una pellicola impermeabile e resistente. In natura è trasparente, ma nel rococò settecentesco viene colorata, specialmente di rosso e di nero.

La Radica: si ottiene incollando a pressione vari pezzi di radice di legni, solitamente ulivo, noce, rosa, mirtillo, per ottenere delle venature decorative su mobili di legno che vengono ricoperti, impiallacciati.

IL SETTECENTO

I CARATTERI DEL SETTECENTO

L’Italia settecentesca è politicamente ridisegnata dalle sanguinarie guerre di successione del secolo precedente e lo sviluppo artistico deriva fortemente dal suo nuovo assetto politico, dominato dalle famiglie dei Borbone, degli Asburgo, dei Lorena e dei Savoia.
Le teorie illuministe, tendono a rivalutare l’importanza della ricerca scientifica sulle credenze superstiziose. Analogamente nell’arte la teatralità del Barocco non interpreta la mentalità razionale dell’epoca.

Lo stile Barocco, che troviamo ancora nei primi decenni del settecento, lascia rapidamente il posto allo stile ROCOCO’, di origine francese, il cui termine sta ad indicare le decorazioni fatte di pietruzze e conchiglie. Più che nella pittura, questo stile si manifesta soprattutto nelle decorazioni degli interni delle abitazioni, esageratamente ornate di stucchi, ceramiche, porcellane, arazzi e mobili intarsiati.
Al di là dei materiali preziosi, come le porcellane Capodimonte, ad esempio, di cui è ornata una stanza intera del Palazzo Reale di Portici ( Napoli), il Rococò diventa sinonimo di un gusto frivolo e falso.

La mentalità illuminista, razionale, avverte l’esigenza di contrapporre uno stile equilibrato ed elegante, a ricordo dell’arte classica greca.
La diffusione di libri e di stampe, accresce la passione per la storia antica e diviene abitudine diffusa quella di collezionare pezzi originali o calchi di sculture classiche o ellenistiche.
A metà del XVIII secolo nasce l’importante fenomeno del NEOCLASSICISMO, che studia l’arte greca riproponendola rivisitata da nuove regole, più razionali e logiche rispetto al classicismo antico.
Dato che la pittura greca era sconosciuta, il neoclassicismo trae ispirazione dal classicismo dei dipinti di Raffaello.
In scultura, invece, avendo a disposizione innumerevoli statue greche da imitare, il principio fondamentale del neoclassicismo viene individuato nella posa: essa deve rappresentare la quiete, l’attimo successivo in cui si è verificato l’episodio che si descrive, in cui il corpo è rilassato e riesce a trasmettere all’osservatore il vero carattere dell’anima.

FRANCESCO BORROMINI

FRANCESCO BORROMINI  
(1599-1667)

Borromini era originario di un paese sul lago di Lugano,  in quella zona della Svizzera che oggi chiamiano  Canton Ticino. Il cognome gli deriva dal padre adottivo, Brumino, perchè il suo cognome vero era Castelli. Ancora  giovanissimo si trasferì dapprima a Milano per imparare l’arte della costruzione e successivamente a Roma, dove lavorò con il contemporaneo Bernini, anche se il loro modo di concepire l’architettura era fortemente in antagonismo. Abbiamo visto di come l’unica opera che abbiano fatto insieme sia stata la copertura del baldacchino di San Pietro.
Borromini fu SOLO ARCHITETTO, sempre intellettualmente curioso ed ansioso di imparare, come viene attestato dalla sua biblioteca privata di oltre 1000 libri di architettura.
Proprio per le loro divergenze artistiche, Bernini fece in modo che Borromini ottenesse l’incarico di architetto presso la celebre università della Sapienza, in modo da allontanarlo dal proprio studio.
Purtroppo Borromini bruciò molti suoi disegni prima di suicidarsi. Ad ogni modo il disegno borrominiano è eseguito con grande cura, spesso a GRAFITE, materiale che usò tra i primi, un minerale di carbonio, untuoso e morbido, che lasciava un segno nitido color grigio piombo.

COLONNA TORTILE PER IL CIBORIO DELL’ALTARE DELLA CONFESSIONE IN SAN PIETRO – Royal Library Windsor Castle
Penna ed aquerello marrone su carta in cui con grande minuzia disegna i particolari del ciborio berniniano, il capitello composito, ornato di motivi vegetali ed api, che grazie all’aquerello, riesce a rendere tridimensionale.

PROGETTO PER LA LANTERNA DI SANT’ILVO ALLA SAPIENZA – Albertina di Vienna
Disegno in grafite, che rappresenta un progetto accuratissimo, eseguito in proiezioni ortogonali.

CHIESA E CHIOSTRO DI SAN CARLO ALLE QUATTRO FONTANE – Roma
Il piccolo chiostro ha pianta rettangolare con un doppio ordine di colonne: quelle in basso sono tuscaniche con l’abaco prolungato mentre quelle in alto sono trabeate. Agli angoli del rettangolo, che sono smussati, vi sono delle coppie di colonne che trasformano la pianta in ottagono con i lati curvi. La forma convessa del chiostro si ripete come motivo dominante in tutta la chiesa, dalla sua pianta ellitica movimentata da sporgenze e rientranze fino all’alta cornice.  Quattro arconi riconducono l’intera struttura al perfetto ovale della cupola cassettonata, ornata di croci, esagoni ed ottagoni.La grande novità è la pianta sinusoide della FACCIATA ESTERNA, composta da curve continue come la curva rappresentativa della funzione matematica del seno, contenuta da quattro colonne. L’ordine superiore invece presenta tre concavità, un coronamento a balaustra ed un medaglione centrale sorretto da angeli.
Borromini morì prima che la chiesa venisse terminata ed i lavori passarono al nipote Bernardo.

CHIESA DI SANT’ILVO ALLA SAPIENZA – Roma
Borromini progettò questa chiesa appena nominato architetto della Sapienza ed espresse qui il massimo della sua libertà creativa, partendo da una pianta geometrica e, abbandonando la regola rinascimentale delle proporzioni, proponendo una preziosa progettazione per SCHEMI GEOMETRICI.
Nella chiesa di Sant’Ilvo la forma della pianta prosegue in altezza,  culminando in una cupola che ripete spigoli e rientranze della pianta. Anche la facciata esterna ripete la stessa logica compositiva. Si nota nel TIBURIO che nasconde la cupola e le gradinate scoperte che la ricoprono. Dei contrafforti radiali curvilinei, ad arco rovescio, sorreggono la LANTERNA a facce concave separate da colonne binate. Il FASTIGIO della lanterna è un’elica scultorea che si restringe verso l’alto terminando con una croce. Borromini studiò con cura le proporzioni dell’insieme dell’edificio (della “fabbrica”), in modo che l’osservatore stante nel cortile percepisse le proporzioni ideali della cupola.
Intervento di trasformazione della BASILICA DI SAN GIOVANNI IN LATERANO – Roma
Fra le  numerose attività architettoniche, occorre ricordare l’intervento di trasformazione della basilica paleocristiana che minacciava di crollare. Borromini, esaudendo il desiderio del Papa Innocenzo X in concomitanza dei preparativi del Giubileo del 1650, riuscì a conservare l’antica basilica, trattando l’edificio come una preziosa reliquia. Rinforzò le antiche strutture lasciandole visibili ed inglobandole nelle nuove. Inoltre utilizzò le antiche colonne per le edicole alla base dei grandi pilastri della navata centrale. Ogni pilastro è sottolineato da LESENE gigantesche che sorreggono la trabeazione
I pilastri delle navate laterali invece presentano ancora il tema dell’angolo smussato già utilizzato nel chiostro di San Carlo.

GIAN LORENZO BERNINI

GIAN LORENZO BERNINI
(1598-1680)

Bernini è l’ultimo artista multidisciplinare della storia dell’arte, dopo i grandi maestri del Rinascimento. Da questi ultimi egli si distingue in quanto non percepisce le tre arti, architettura, pittura e scultura, in modo separato, bensì le immagina come una forma espressiva integrata.
Il disegno rappresenta l’elemento unificatore di tutte le sue forme artistiche.
Nativo di Napoli, figlio di un modesto scultore, riceve la formazione artistica a Roma, città in cui svolge tutta la sua carriera artistica fino alla morte.
Diversamente dal Caravaggio, Bernini è ricco e frequenta la nobiltà, tenuto conto che ha sempre lavorato all’interno della corte papale, con la quale collabora alla piena fioritura del linguaggio barocco, incrementando la potenza della Chiesa secondo i dogmi della controriforma.
Va notato che l’arte barocca di Bernini ha un qualcosa di teatrale, un modo cioè di interpretare l’armonia del classicismo con fantasia, con libertà d’espressione.

APOLLO E DAFNE – Galleria Borghese – Roma
Scultura in marmo di Carrara che rappresenta il momento in cui Apollo riesce ad afferrare l’amata Dafne proprio mentre le sue mani ed i suoi capelli già si stanno trasformando in foglie d’alloro e la sua pelle in ruvida corteccia. Straordinaria scultura in cui le due eleganti e leggiadre figure si sollevano, si allungano in gesti che le intersecano, le intrecciano in un meraviglioso gioco di movimento. E le foglie d’alloro che si trasformano tra le dita, superano il marmo, vanno oltre, raggiungono la perfezione della pittura, in quella fusione delle arti percepita dal Bernini.

Approfondimento: IL MARMO DI CARRARA
La perfezione con la quale Bernini è in grado di scolpire il marmo, è in parte dovuta alla natura stessa del materiale, il marmo statuario di Carrara, estratto dalle cave sulle Alpi Apuane, pregiatissimo sia perchè particolarmente lavorabile grazie alla sua struttura cristallina, sia perchè essendo bianchissimo è esteticamente splendido.
E’ lo stesso marmo utilizzato da Michelangelo ed anche quello che, vedremo più avanti, userà Canova.
A seconda della zona da cui viene estratto, il Carrara può contenere dei minerali cristallizzati che conferiscono alla superficie marmorea una particolare lucentezza. Purtroppo questo pregiatissimo materiale viene utilizzato per scopi ben meno nobili della scultura. Enormi blocchi di marmo vengono macinati per ottenere a bassissimi costi il carbonato di calcio comunemente utilizzato in farmacia.

L’ESTASI DI SANTA TERESA – Chiesa di Santa Maria della Vittoria – Roma
Il gruppo marmoreo rappresenta la santa mentre vive una delle sue visioni mistiche, mentre un angelo sta per trafiggerla con una freccia. Dietro di loro dei raggi in bronzo simulano la presenza divina. La loro posa è teatrale e studiata come se fossero due attori sul palcoscenico.
Addirittura l’artista ha previsto lateralmente due finti balconcini in cui le statue della famiglia committente commentano la scena.
Le espressioni dei volti, il languido abbandono della testa, quell’angelo che ricorda Cupìdo, la pelle nuda e liscia dei piedi, fanno di questa scultura quello che è stato definito un capolavoro erotico.

BALDACCHINO DI SAN PIETRO – Città del Vaticano
L’opera gli venne commissionata per riempire l’enorme area sottostante la cupola di Michelangelo.
Bernini crea così una delle più riuscite fusioni di arti, a testimoniare la sua pluridisciplinarità: per questa creazione egli diventa scenografo, arredatore, architetto, scultore, dimostrando che il Barocco è una fusione armoniosa di molti linguaggi artistici, come diceva Giambattista Marino, secondo cui l’arte è meraviglia.
Il baldacchino sembra un arredo mobile in legno e tessuto, mentre in realtà esso è fisso, realizzato in marmo e bronzo. Sembra piccolissimo, eppure è alto come un palazzo di 9 piani.
Il basamento è di marmo colorato.
Le colonne in bronzo dorato si ergono ritorte e decorate con viticci, api, putti; esse  terminano con capitelli compositi, distanziati dalla trabeazione da dadi, che danno un grande slancio all’insieme. La forma richiama molto lo stile bizantino.
La trabeazione sembra leggera come se fosse di tessuto pur essendo in bronzo, ed imita i pendoni, cioè le falde pendenti del velluto dei baldacchini.
La copertura, anzichè essere una cupola, è molto leggera, composta da quattro falde a dorso di defino, ed è frutto di una collaborazione (l’unica) tra Bernini e Borromini.

COLONNATO DI PIAZZA SAN PIETRO – Città del Vaticano
Il colonnato è formato da 284 colonne e 88 pilastri disposti su quattro file a formare un ellisse. I capitelli di ordine tuscanico sorreggono un’architrave e cornice con copertura a capanna.
Le ali del colonnato che lo congiungono alla basilica, sono vistosamente divergenti: si tratta di un preciso studio del Bernini per evitare la deformazione prospettica. In questo modo la basilica sembra molto più vicina alla piazza. La forma geometrica del colonnato  ha significato simbolico come se il portico volesse ricevere a braccia aperte i fedeli e riunirli nella Chiesa.
Nel progetto originale, Bernini aveva previsto anche una porzione di colonnato frontale, in modo che il visitatore scoprisse gradualmente la piazza.
Anche il colonnato non viene considerato  solo architettura ma arredo.

Appendice: Museo e Galleria Borghese  a Roma – itinerario 22.5 e 22.6

IL RATTO DI PROSERPINA
Il soggetto in marmo racconta l’episodio tratto dalle Metamorfosi di Ovidio in cui Proserpina viene rapita da Plutone, dio degli inferi. Ai loro piedi, latra Cerbero, il cane infernale.
Il moto di torsione del gruppo rende l’idea del movimento, che sembra quasi una danza che simula la fuga, dove i gesti sono enfatizzati, teatrali.
Le mani di Plutone affondano nella pelle liscia e tenera della fanciulla, in un incredibile virtuosismo tecnico, che rende allo spettatore l’idea della morbidezza della carne.
La barba e le pieghe del drappo che copre il dio, rivelano l’uso del trapano per la lavorazione del marmo.
L’opera è ugualmente spettacolare vista da qualsiasi prospettiva: l’osservatore deve girare intorno al gruppo per scoprire la cura con la quale è rifinita in ogni dettaglio.

DAVID
Il soggetto è un marmo a grandezza naturale (170 cm) e raffigura l’eroe biblico nel momento in cui sta per lanciare un sasso al gigante Golia. E’ risaputo che il volto accigliato di David è in realtà l’autoritratto del Bernini.
La visione barocca del David del Bernini si differenzia da quelle rinascimentali di Michelangelo, Donatello e Verrocchio, proprio per il movimento che anima i gesti dell’eroe.
Bernini ha volutamente rappresentato il David in modo da dare la possibilità allo spettatore di osservarlo da tre diverse angolazioni, dalle quali è possibile cogliere altrettanti diversi aspetti della scultura e del suo movimento

IL CARAVAGGIO

IL CARAVAGGIO
(1571-1610)

Michelangelo Merisi, viene chiamato Caravaggio perchè la famiglia era originaria di questa cittadina bergamasca, anche se lui nacque a Milano.
Non conosciamo particolari degli studi d’arte compiuti; possiamo supporre che prima di trasferirsi a Roma abbia conosciuto il colorismo veneto, che spiegherebbe la sua sensibilità per le luci e le ombre. A Roma frequenta la bottega del Cavalier D’Arpino, un pittore allora in voga e  lavora per personaggi legati al clero, come il cardinale del Monte, che gli commissionò la celeberrima Canestra di frutta e la Testa di Medusa.
Nonostante ricevesse molte commissioni era povero e trasandato, sempre vestito di stracci. Frequentava locali malfamati, si lasciava coinvolgere in risse di ogni genere, finchè nel 1606 una lite, finì con un omicidio e Caravaggio, condannato alla decapitazione, fu costretto a fuggire da Roma, rifugiandosi a Napoli, poi a Malta dove lavorò per il Cavalieri dell’Ordine di Malta. Morì di malaria in un paese della Maremma grossetana.

CANESTRA DI FRUTTA – Pinacoteca Ambrosiana – Milano
Un olio su tela di piccole dimensioni realizzato su una tela di recupero, che è un pretesto per osservare e riprodurre minuziosamente e meticolosamente la realtà. L’insieme appare semplice e disadorno, eppure se si osservano i particolari, ci si accorge che la qualità artistica è straordinaria.
La visione frontale non intimorisce il Caravaggio che fa sporgere il cestino sul piano d’appoggio e allontana lo sfondo, tingendolo di chiaro. Sorprendente l’intreccio della paglia del cestino. Le foglie appassite, la mela ammaccata, gli acini dell’uva schiacciati.
Una precisa volontà di rappresentare la realtà semplice e cruda, senza abbellimenti e correzioni.
Ma attenzione: Caravaggio non è un pittore realista ma barocco! Egli non si accosta alla natura per capirne le leggi come gli artisti del quattrocento: egli semplicemente la contempla così com’è.

BACCO – Galleria degli Uffizi – Firenze
L’olio su tela rappresenta un giovanetto travestito da patrizio romano che regge con delicatezza un calice di vino. In primo piano un cesto di frutta dipinto con la stessa meticolosa realtà con cui avrebbe realizzato successivamente la canestra di frutta, già descritta prima. Qualsiasi particolare del dipinto è realizzato con una perfezione straordinaria, come le trasparenze del bicchiere ed i riflessi del liquido nel recipiente di vetro. La scena potrebbe rappresentare anche qualcosa di mistico ed alcuni oggetti, come la melagrana spaccata, la cintura nera, il drappo nero, potrebbero metaforicamente ricordare la passione di Cristo.

LA CHIAMATA DI SAN MATTEO – Chiesa di San Luigi dei Francesi – Roma
Si tratta di una delle tre grandi tele commissionategli per la chiesa di san Luigi dei Francesi e rappresenta il momento in cui Gesù sceglie l’apostolo Matteo.
La scena è ambientata in un locale scuro e povero che ricorda le sordide osterie frequentate dall’artista. Gesù entra ed indica con il braccio teso in direzione del futuro apostolo, il quale risponde con un gesto interrogativo, puntando l’indice su se stesso.
Dei cinque personaggi seduti al tavolo solo tre si accorgono della presenza di Gesù. Gli altri due sono troppo intenti a contare i soldi.
Il messaggio di Caravaggio è chiarissimo: la chiamata di Dio è per tutti ma siamo liberi di scegliere se ascoltarla o di respingerla.
Protagonista di questa tela è la luce che squarcia il buio provenendo realmente da una porta che si apre sull’esterno lasciando entrare il sole nel locale, idealmente emanata dal braccio di Gesù da cui si irradia sui volti dei presenti.
L’abbigliamento dei personaggi non ricorda l’evento evangelico; da notare che forse l’aureola è stata aggiunta in una fase successiva, per accontentare i committenti religiosi.
CONVERSIONE DI SAN PAOLO – Chiesa di Santa Maria del Popolo – Roma
Diversamente dai racconti biblici, la scena è ambientata in una stalla e sono solo tre i testimoni dell’attimo in cui Dio parla a Saulo: il cavallo, che con la sua mole occupa quasi tutta la tela, lo scudiero ed infine Saulo, steso in terra in una posizione di straordinario realismo. Ai raggi x si è scoperto che sotto vi è un’altra versione del dipinto, molto diversa ed audace, con un Saulo spaventato che guarda attonito verso l’osservatore.
In realtà, se la versione attuale è stata comunque giudicata blasfema per l’ambientazione, venne ritoccata perchè nella prima versione vi era anche il personaggio di Dio, successivamente eliminato.
La luce proviene dall’alto ad investire Saulo, indifeso in terra, nonostante la spada. La luce è metafora della fede che squarcia le tenebre del paganesimo.

MORTE DELLA VERGINE – Louvre – Parigi
Questa fu l’ultimo lavoro romano di Caravaggio che gli venne rifiutata dai committenti, i Carmelitani Scalzi, perchè la figura della vergine era irrispettosa, raffigurata così scomposta un attimo dopo la morte. Pare che per modello egli avesse utilizzato il cadavere di una prostituta annegata nel Tevere, infatti il ventre è gonfio, e potrebbe essere simbolo di perenne contenitore di grazia. Rappresentando il dolore e la morte in modo tanto umano, Caravaggio rivela la propria profonda religiosità e sensibilità.
La luce entra da una finestra posta in alto ed illumina i volti, le espressioni di dolore degli apostoli, essendo simbolo della grazia divina, lasciandone in penombra i corpi.

DAVID CON LA TESTA DI GOLIA – Galleria Borghese – Roma
Uno dei dipinti più drammatici della produzione di Caravaggio, dove buio e luce evocano emozioni intense. Un David adolescente regge per i capelli la testa mozzata di Golia, i cui lineamenti rappresentano con realismo straordinario occhi che guardano ma non vedono, labbra che tentano un ultimo grido. Il volto di Golia è un autoritratto di Caravaggio.

Dopo di Caravaggio, che non ebbe allievi,  molti artisti barocchi tentarono di utilizzare lo stesso gioco di luci ed ombre, senza trovare il giusto equilibrio e cadendo spesso nel grottesco e nel volgare.

Approfondimento: La tecnica pittorica di Caravaggio
Diversamente dalla prassi consueta, partiva da un fondo fortemente scurito con nero di vite e dipingeva l'abbozzo monocromo a tutto campo. Le figure erano campite con biacca a pasta densa nelle parti destinate a rimanere più in luce e via via più diluita, quasi lattiginosa nelle zone da lasciare in ombra.
In questo modo, sfruttando la preparazione del fondo, gli scuri venivano ricavati per sottrazione, operando l'artista in negativo. Sempre per sottrazione procedeva coprendo i bianchi piuttosto che aggiungerli.
Sull'abbozzo il Caravaggio interveniva quindi in una prima stesura con le velature bruno dorate per definire le penombre, quindi cercava di infondere alle parti una coloritura al naturale. Velando, ad esempio, gli incarnati con diluizione di lacche rosse o di cinabro si producevano i vaghi rosa abbronzati.
Infine, quando necessario, si alzavano ancora le parti brillanti con altra biacca stesa con un pennello più asciutto. L'intero processo si svolgeva su superfici non del tutto seccate, ma ancora morbide.

CURIOSITA’
Dalle testimonianze dei contemporanei, sappiamo come Caravaggio aveva fatto realizzare un buco nel soffitto del suo studio per consentire la penetrazione della luce che, attraverso l'uso combinato di uno specchio concavo e di una lente biconvessa, proiettava sulla superficie della tela l'immagine del soggetto messo in posa.
La scoperta nella biacca di presenza di materiali fotosensibili quali argento, arsenico, magnesio, zolfo e iodio farebbe pensare che tali sostanze avrebbero consentito al pittore di fissare temporaneamente l'immagine sulla tela, utilizzando la fluorescenza che avrebbe spiccato molto di più su uno sfondo scuro che su uno chiaro.

IL SEICENTO

IL BAROCCO (il Seicento)

Se il cinquecento è il secolo della riforma protestante, il seicento è quello della controriforma cattolica.
La Chiesa cattolica usa l’arte come strumento per divulgare i nuovi dogmi della fede. Per esempio già nel Concilio di Trento si raccomandava di rappresentare Cristo sanguinante, afflitto, pallido, deforme in modo da suscitare pietà e devozione.
L’arte seicentesca deve dunque commuovere, deve suscitare emozioni e sentimenti.

In architettura la grandezza divina viene tradotta in monumentalità. Le chiese sono a navata unica, a pianta centrale, con copertura a cupola. La presenza di statue, fregi, cornici, false finestre ed altri elementi ornamentali fanno si che si perda la struttura architettonica degli elementi per acquisire un’importanza scenografica.

Il desiderio di ripristinare l’immagine di potenza e ricchezza fece si che a Roma venissero costruiti palazzi, chiese, fontane, strade, piazze, demolendo interi quartieri residenziali con lo scopo di abbellire la città.

In questo contesto il giardino assume un nuovo sviluppo, non più studiato solo dal punto di vista architettonico e scultoreo ma anche botanico, idraulico e meccanico.

Il termine Barocco è complesso da spiegare, perchè non identifica un preciso stile o corrente artistica, bensì un periodo storico compreso tra la fine del sedicesimo secolo e gli inizi del diciottesimo.

Vi sono state definizioni dispregiative del Barocco, inteso come qualcosa di bizzarro, esagerato, ridicolo.
L’etimologia di “Barocco” potrebbe derivare dalle lingue spagnola e portoghese che nel termine “barrueco” identificano una perla dalla forma irregolare.

Dal punto di vista artistico non daremo alcuna definizione di Barocco se non quella strettamente collegata al periodo storico.

IL VERONESE

IL VERONESE
(1528-1588)

Se Tiziano seguiva una tecnica tonale, basata sulla stesura veloce del colore in modo graduale e il Tintoretto enfatizzava la luce, il Veronese, partendo da queste conoscenze, sommandole anche alle conoscenze tratte da Mantegna, Romano e Correggio, utilizza il colore in modo assolutamente innovativo: egli dipinge con i colori complementari, quelli cioè la cui mescolanza dà il bianco. Non usa il nero ed il bianco, non usa la tecnica dei chiaroscuri, non usa una tecnica tonale, ma tutta una gamma di colori complementari, accostandoli in modo che colori freddi e caldi si esaltino a vicenda. Vedi schema pag 532 e schema pag 416.
Paolo Caliàri nasce a Verona e solo quando si trasferisce a Venezia viene chiamano il Veronese. Subito, anche se giovanissimo, riesce a farsi commissionare opere importanti dalla nobiltà veneziana e, diversamente di Tintoretto, egli riesce a farsi apprezzare dal maestro Tiziano, forse proprio perchè i loro stili sono estremamente diversi.
Il Veronese fu ottimo disegnatore. Sappiamo da un inventario seicentesco che furono più di millecinquecento, ora perduti. Esperto in ogni tecnica, carboncino, matita, acquerello, gessetto.

ALLEGORIA DELLA LEGA SANTA – collezione privata del duca di Devonshire

È un disegno su carta verde preparata, eseguito a penna e inchiostro con acquerello e biacca su tracce di matita. Un’opera finalizzata a se stessa, con l’intenzione di creare un disegno, dalle spiccate propensioni per l’architettura; qui egli si comporta con i chiaroscuri illuminati dalla biacca, proprio come farebbe con il colore.

GIUNONE VERSA I SUOI DONI SU VENEZIA – Venezia – Palazzo Ducale

Se la prospettiva sembra ispirarsi alle figure di Mantegna, in questa allegoria è chiaro l’uso inconsueto dei colori complementari. Il freddo azzurro del cielo è esaltato dal suo complementare arancio delle nuvole. La veste blu intenso di Giunone contrapposta al rosso del mantello e all’oro del vaso con i doni.

VILLA BARBARO –Masèr – Treviso

In questa villa progettata da Palladio per la famiglia patrizia Barbaro, il Veronese dipinse tutti gli interni con scene di vita campestre riproposte sullo sfondo di un Olimpo mitologico in cui si confondono uomini e dei.
Spettacolari ed inconsueti particolari. Finte finestre che sembrano guardare verso paesaggi veri, porte socchiuse da cui escono personaggi, addirittura un paio di ciabatte abbandonate. Il soffitto della sala dell’Olimpo è un trionfo di colori complementari che si rafforzano vicendevolmente tra cielo e nuvole, abiti e mantelli, creando un gioco luminoso centrale in cui spicca la Sapienza divina.
Degno di nota un affresco paretale sempre nella sala dell’Olimpo in cui una giovane dama (dalla pelle chiara, leggermente aranciata, abbigliata con un abito azzurro) si affaccia al balcone con la sua serva nutrice (con pelle scura, rossastra ed abito verdone). Ai loro lati due colonne dipinte sfondano la prospettiva, mettendo in risalto le due figure, che così sembrano invase dalla luce, che naturalmente non c’è, è un’impressione creata dal sapiente gioco dei colori complementari.

LE CENE del Veronese

Anche se egli lavorò molto per il Palazzo Ducale ed anche per privati, non gli mancarono gli incarichi per enti religiosi. Infatti si specializzò nel dipingere Cene sacre. Queste opere sono importanti perchè in esse il Veronese rappresentò minuziosamente delle scene tratte dalle cene veneziane dell’epoca e sono dunque delle testimonianze illustrate della vita di corte.

CENA IN CASA DI LEVI – Gallerie dell’Accademia – Venezia

Un olio su tela di enormi dimensioni che raffigura personaggi che non sembrano affatto biblici ma veneziani del suo tempo provenienti da ogni ceto sociale. La città sullo sfondo non è Venezia eppure la scena è una testimonianza di usi e costumi veneziani dell’epoca.
Questo soggetto procurò al Veronese una denuncia al Tribunale della Santa Inquisizione, che lo interrogò chiedendogli perchè egli avesse dipinto nani, buffoni, ubriachi e persino un servo che perde sangue dal naso, in una sacra rappresentazione. Il Veronese si difese dicendo che i pittori, dopo aver disegnato i soggetti principali, riempiono i buchi con tutto ciò che viene loro in mente, prendendosi il permesso di farlo come i poeti ed i matti. Non viene condannato ma deve cambiare il titolo dell’opera (non più “ultima cena”) e deve cancellare il servo col sangue al naso.
Ciò che è importante in tutto questo è che il Veronese ha detto la verità:  a lui non importa cosa dipinge, l’importante è la tecnica con cui dipinge, che spinge alla luce qualsiasi soggetto, riempiendolo di bellezza.

LE NOZZE DI CANA – Louvre – Parigi

Altra grandiosa tela pullulante di personaggi variopinti, al cui centro, seduti alla tavola, si riconoscono Gesù e Maria.
Da notare lo schema prospettico di questo enorme dipinto che rivela tanti punti di fuga allineati lungo l’asse mediano inferiore: ciò dilata illusoriamente lo spazio del dipinto, che ricorda una quinta teatrale

IL TINTORETTO

IL TINTORETTO                 (la luce)
(1518-1594)

Era tipico nel 500 attribuire ai bimbi dei nomi vezzeggiativi in riferimento all’attività del padre: quello di Jacopo Robusti faceva il tintore di tessuto a Venezia.
Già a 15 anni lavorava alla bottega di Tiziano, quindi la sua prima formazione si rifà al tonalismo tizianesco.
Pare che Tiziano lo allontanò, forse per gelosia. Frequentò la scuola di disegno fiorentino-romana senza allontanarsi da Venezia. Michelangelo ispira l’opera del Tintoretto sia per la tecnica del disegno sia per i soggetti: chiaro però che Tintoretto copia da modelli inanimati, non persone vere.
Il Tintoretto usa il colore per accendere di luce il disegno. Nella ritrattistica la sua tecnica evidenzia i personaggi in una novità stilistica molto simile al futuro barocco. Attraverso la luce egli riesce a definire caratteri e psicologie dei volti; i suoi ritratti incantano anche per la definizione e la resa.
Anche se diventa il pittore ufficiale di alcune confraternite che non gli fanno mancare commissioni, il Tintoretto verrà apprezzato solo nei secoli a venire, con il barocco e soprattutto con l’impressionismo, perchè i suoi contemporanei gli criticano il disegno e gli preferiscono la passionalità di Tiziano.
Vasari pur ammettendo la sua bravura con il colore, gli contesta la scarsa preparazione artistica che lo porta a dipingere opere colossali, copiando dallo studio dei grandi.
Morì di febbre mentre dipingeva una grandiosa ultima cena.

STUDIO DI ARCIERE  (Uffizi- Firenze) : i tratti di questo disegno carboncino su carta quadrettata sono nervosi, schematizzati, la linea è discontinua, data dalla somma di più tratti curvilinei.

MIRACOLO DELLO SCHIAVO (Gallerie dell’Accademia – Venezia): noto come Miracolo di San Marco, questo quadro rappresenta la vicenda del santo che protegge uno schiavo, sorpreso dal padrone pagano a venerare delle reliquie sacre, rendendolo invulnerabile al martirio.
La scena è piena di luce e movimento.
Il colore è vivo in primo piano, per conferire volume ai corpi, via via sbiadendo verso lo sfondo, per creare l’illusione prospettica.
La luce è viva nella piazza, tetra dove si svolge la tragedia; innaturale e divina la luce attorno al santo, che si riflette miracolosamente sullo schiavo steso in terra.
I personaggi di sinistra si sporgono verso la scena, come per meglio vedere; i personaggi di destra tendono a ritrarsi, intimoriti, meravigliati, intimoriti.
Pietro Aretino, allievo di Tintoretto, commentò che la scena sembra vera, ma avrebbe dovuto impiegare più tempo a curare i particolari.

SUSANNA E I VECCHIONI (Vienna): racconta l’Antico Testamento che due vecchi giudici si fecero rinchiudere nel giardino di Susanna per approfittar di lei mentre faceva il bagno; quando lei li rifiutò, per vendetta essi la accusarono di adulterio; mentre stava per essere lapidata venne salvata dal profeta Daniele.
Per il Tintoretto questo soggetto è un pretesto per un nudo femminile, che non sembra iconograficamente nè un soggetto ebreo/cristiano nè proveniente dalla mitologia classica.
Sia la composizione sia la postura sono assolutamente innovativi rispetto ai canoni classici.
La luce che emana dal corpo di Susanna la fa emergere dall’ombra del giardino. La stessa luce rimbalza sui suoi capelli, sulla linea della schiena, sulle frange della sciarpa, sui suoi oggetti da toeletta, facendo sprofondare la prospettiva di un giardino ricchissimo di particolari.

In anticipo rispetto ai tempi della Controriforma, Tintoretto comincia a dipingere soggetti biblici, inconsapevolmente trasmettendo i dogmi  attraverso quelle emozioni e sentimenti. Riesce ad ottenere l’appalto per diventare pittore ufficiale della Scuola Grande di San Rocco, una ricca ed importante confraternita laica. In realtà mentre gli altri concorrenti aspiranti al prestigioso titolo preparavano bozzetti, Tintoretto dipinse direttamente il telero definitivo, facendolo collocare già al posto giusto. Per la Scuola Grande egli dipinse oltre 50 opere che ancora oggi tappezzano pareti e soffitti dell’edificio.

LA CROCIFISSIONE – Venezia – Scuola Grande di San Rocco
Questo enorme olio su tela (536x1224) occupa un’intera parete di una sala in cui i potenti reggenti della confraternita tenevano le loro riunioni. Miriadi di personaggi disposti a gruppi per formare una sorta di ruota, i cui raggi sono rappresentati dalle croci dei ladroni ancora in terra e da una scala. Anche qui protagonista fondamentale è la luce, che rimbalza ad illluminare ora un abito, ora un volto, ora un albero. Si sa che il Tintoretto preparasse dei modellini in legno con dei personaggi in cera che poi illuminava con lanterne e candele per rendersi conto degli effetti di luce.

L’ULTIMA CENA – Venezia – Chiesa di San Giorgio Maggiore
E’ davvero la sua ultima opera, terminata appena prima di morire. Inconsueta l’ambientazione in osteria pubblica e la collocazione della tavolata, disposta trasversalmente e non parallela al piano del dipinto. La luce ha origine da una lampada appesa al soffitto che illumina le travi, gli abiti della serva, il gatto curioso, le spalle dell’oste. Gli apostoli sono illuminati da un bagliore diverso, fluorescente. Gli angeli invece emanano una luminosità incorporea, evanescente. Alla fine di questo crescendo luminoso la figura di Cristo emana una luce intensissima e soprannaturale.
Questo ultimo dipinto è un precursore dello stile barocc

ANDREA PALLADIO

ANDREA PALLADIO
1508 – 1580

Andrea di Pietro della Gondola, nacque a Padova nel 1508. Il nome d’arte significa “sacro a Pàllade Athena”, la dea della sapienza; gli venne assegnato dal caro amico Trìssino, un letterato, con cui visitò Roma, dove potè conoscere le opere di Bramante, Raffaello e Michelangelo, rilevando i disegni, studiandoli e facendone le proiezioni ortogonali. Raccolse questi disegni ne “I Quattro libri dell’Architettura”.
Noteremo, affrontando alcune sue opere, che egli farà sempre riferimento al mondo classico, sui modelli greci e romani, ma sempre in modo LIBERO ED ORIGINALE. Per esempio, ai materiali pregiati utilizzati dai romani, come i marmi, egli sostituisce materiale povero come legno e mattoni, intonacati e stuccati.
La sua attività si svolse prevalentemente tra Vicenza e Venezia, dove venne nominato architetto ufficiale della Serenissima. Non è certo se nel 1580 morì a Venezia o a Vicenza.

LOGGE DEL PALAZZO DELLA RAGIONE – VICENZA
L’intervento di Palladio sul pre-esistente edificio quattrocentesco, a pianta molto irregolare, sede delle magistrature pubbliche di Vicenza, consisteva nel creare un nuovo involucro loggiato.
Palladio seppe rispettare il posizionamento dei tre varchi pre-esistenti e ad includere un complesso di SERLIANE (cioè un arco a tutto sesto affiancato simmetricamente da due aperture sormontate da un architrave) entro un doppio ordine di pilastri con semicolonne addossate ( tuscaniche in basso e ioniche in alto).
La posizione fissa delle semicolonne trabeate suggerisce una scansione regolare che non esiste: per rispettare i varchi esistenti, Palladio dovette mutare di volta in volta la campata e la distanza fra i pilastri e le coppie di colonne libere trabeate che sostengono gli archi!! (trabeazione significa formato da 3 parti:  architrave fregio e cornice)

VILLE PALLADIANE
Nel 500 è tipico per i ceti borghesi e nobili abitare in campagna in ville residenziali con accanto un fabbricato ad uso agricolo. Partendo dall’area veneta tra Vicenza e Venezia, le ville palladiane si diffonderanno in tutta Europa.
La forma tipica della Villa Palladiana è a pianta quadrata o rettangolare, con uno o più loggiati; dal salone centrale (quadrato, rettangolare o cruciforme) si dispongono simmetricamente le scale e gli ambienti abitativi.

Villa Barbaro-Volpi a Maser (in provincia di Treviso) ricorda un tempio tetrastilo ed è costruita da un corpo centrale avanzante e la terminazione a timpano. I porticati laterali, le ali, sono le “barchesse” cioè gli ambienti di servizio destinati alle attività agricole e produttive.

Villa Almerico-Capra, situata su una collina appena fuori Vicenza, non è stata progettata a scopo abitativo ma di intrattenimento, per feste, concerti, gare poetiche. Ricorda le ville romane.
La pianta è quadrata, con una ripartizione simmetrica degli ambienti interni intorno ad un salone centrale circolare, coperta da una cupola. Ognuna delle 4 facciate si apre con un classico PRONAO (cioè la parte davanti ) raggiungibile da una scalinata; le colonne sono ioniche (cioè che poggiano su due basi, sono eleganti sottili ed allungate e terminano con capitello a volute) , architrave a tre fasce, fregio pulvinato (il pulvino, elemento a forma di tronco di piramide rovesciato, oltre ad avere una funzione decorativa, conferisce maggior slancio alla colonna), cornice dentellata al pari del timpano.

CHIESA DI SAN GIORGIO MAGGIORE A VENEZIA
Palladio dovette ricostruire la chiesa benedettina creando una facciata in ordine gigante (esteso cioè per più livelli di altezza)  simile ad un tempio prostilo tetrastilo, con un retrostante secondo schema templare il cui frontone poggia su un architrave sorretto da paraste corinzie.
La pianta è un ambiente rettangolare, diviso in tre navate, da cui sporgono lateralmente due esedre; poi c’è un presbitero quadrato ed un coro a semicerchio. All’interno la chiesa ricorda le antiche basiliche romane o le terme. L’effetto, per chi si trova al centro dell’edificio, è l’impressione di essere in uno spazio centrico. Sappiamo che Palladio ama la pianta accentrata rispetto alla basilicale, perchè secondo lui meglio s’accorda con l’immagine del creato.
All’interno le volte sono a botte e le finestre a lunettoni che si aprono alla base delle volte.

CHIESA DEL REDENTORE, VENEZIA
Anche in questa chiesa Palladio progetta una facciata con due schemi templari sovrapposti, uno grande ed uno piccolo.
Lo schema templare grande produce l’effetto dominante; due grandi semicolonne entro paraste angolari a sostegno di un frontone triangolare come nel tempio in ANTIS.
Lo schema templare più piccolo ha paraste che sostengono due semitimpani dentellati con il GEISON (cornice)  e la SIMA (gronda) .
Il frontone triangolare sostiene una falda del tetto, ricordando l’effetto del Pantheon, anche per la grande cupola.
L’interno è a una sola navata con 3 cappelle laterali. Il presbiterio è circolare e vi si accede da un restringimento del setto murario. Attorno al vano cupolato ci sono tre esedre: da quella centrale si vede il coro allungato.
Guardando le piante, sembrerebbe che in questo edificio le tipologie longitudinale e centrale siano nettamente separate, anche per via della gradinata continua che separa la navata dal presbiterio. In realtà quando ci troviamo all’interno non avvertiamo il transetto ma una continuità spaziale.
Anche in questa chiesa la volta lunettata ricorda le terme romane.
Per i rivestimenti interni Palladio ha utilizzato materiale economico e con originalità ha ottenuto un effetto ugualmente  elegante: le foglie dei capitelli sono state costruite in serie e montate in un secondo tempo.

TEATRO OLIMPICO, VICENZA
Costruito seguendo scrupolosamente i suggerimenti di Vitruvio, quest’opera venne terminata dall’allievo Vincenzo Scamozzi in quanto il Palladio morì.
Diversamente dal teatro romano, questo è coperto e la volta è dipinta con nuvole.
La cavea è rapida, conclusa in alto da un colonnato trabeato sormontato da statue. In basso termina con l’orchestra. Di fronte c’è il palcoscenico che rappresenta la vera innovazione palladiana: dalle tre aperture si vedono delle strade che per un effetto prospettico sembrano lunghissime, creando l’illusione della profondità del palcoscenico che in realtà è di pochi metri.

IL CORREGGIO

IL CORREGGIO (Antonio Allegri)

Data nascita        1489
Data morte        1536   

Caratteristiche principali:
CREAZIONE SPAZIO PROSPETTICO ATTRAVERSO IL COLORE  - RAPPRESENTAZIONE SENTIMENTI E PASSIONI – ANIMA I PERSONAGGI DI MOVIMENTO


Opere trattate sul testo
Disegni

•    Il riposo nella fuga in Egitto –penna, matita nera e rossa, acquerellature marroncine (con un pennello umido si sfuma la matita) e gessetto bianco su carta quadrettata a matita nera – Uffizi Firenze
•    Dalla quadrettatura comprendiamo che questo disegno sia un bozzetto destinato all’ingrandimento su tela.

Dipinti

•    Volta della camera della Badessa – affresco – convento di san Paolo ( la volta è dipinta da un finto pergolato ligneo ricoperto da vegetazione, nel quale si aprono 16 ovati da cui su affacciano vari putti che giocano); alla base di ciascuno spicchio sono dipinte delle figure mitologiche, che, per sembrare a statue sono colorate di grigio. L’artista pare essersi ispirato a Mantegna o a Leonardo, anche se non si hanno prove che si sia mai spostato da Correggio.

•    La visione di san Giovanni Evangelista – cupola della chiesa di S.Giovanni Parma – l’artista ha saputo risolvere le difficoltà prospettiche di deformazione dei personaggi della cupola, disegnandoli anche 10 volte prima di ottenere la proporzione ottimale; gli apostoli stanno intorno mentre al centro della cupola, circonfuso di luce, c’è Gesù come lo ha visto Giovanni nella sua visione. Giovanni è esposto di mezzo busto rispetto agli altri apostoli ed ha le braccia alzate; la graduazione dei colori accresce il senso di profondità dell’affresco. La luminosità centrale crea l’illusione che la cupola sia più alta della realtà.

•    Assunzione di Maria – cupola del Duomo di Parma – grandiosa rappresentazione dallo spazio prospettico di incredibile profondità; i personaggi sembrano avvitarsi in cielo, animati da un movimento fino ad allora sconosciuto; questo affresco non piacque a tutti ed ebbe anche una critica negativa;

•    Giove ed Io – olio su tela – Museo di Vienna – Giove si trasforma in nuvola per amare la bella Io. Con grande maestria l’artista dipinge le carni e descrive la sensualità dell’attimo carico di sentimento  e di passione

TIZIANO VECELLIO

TIZIANO VECELLIO

Data nascita        1488
Data morte        1576   

Caratteristiche principali:

COLORE – LUCE - MOVIMENTO
Allievo di Giorgione, partì dalla tecnica tonale sviluppando il metodo ASSENZA DI DISEGNO-STESURA VELOCE ED IMPRECISA DEL COLORE SENZA RISPETTO DEI CONTORNI – FORTE ESPRESSIVITA’ ED IMMEDIATEZZA
In fase matura PENNELLATA SPORCA cioè colore lasciato in rilievo, non più steso

Opere trattate sul testo
Disegni

•    Cavaliere – carboncino e biacca su carta quadrettata – Monaco (sfumato al posto del tratteggio; carta a quadretti per ingrandire il disegno)


Dipinti

•    L’Assunta – olio su tavola – Venezia (assunzione di Maria su 3 registri che vanno in crescendo dal basso verso l’alto; colore luce e movimento; il rosso delle vesti crea un triangolo che dà stabilità alla composizione; il creatore è in controluce; ciò attenua i contorni e crea una luce autonoma ed intensa.

•    Pala Pesaro – olio su tela – Venezia (Madonna tra i Santi e diversi personaggi della famiglia del Vescovo Pesaro; la Madonna non è al centro e l’occhio abituato alla lettura salirà subito alla vergine posta a dx); profondità, moto ascensionale, effetto prospettico; le colonne senza capitello suggeriscono che la scena continua in uno spazio vastissimo; la luce progredisce di intensità verso la figura della madonna, il cui velo per la prima volta in pittura non è bianco ma azzurro)

•    Venere di Urbino – olio su tela – Uffizi Firenze (colore luce e volume; ambientazione interna, non è sola; è una donna reale, ha il cane e le cameriere stanno cercando gli abiti per vestirla; atteggiamento:è consapevole della propria bellezza; dallo sfondo scuro i volti risaltano x contrasto)

•    Paolo III Francesco ed i nipoti – olio su tela – Napoli (psicologia dei 3 personaggi messa a fuoco; pennellate sempre più rapide; lascia alcune zone incompiute; atmosfera tetra per alludere all’ipocrisia dei rapporti umani)

•    La Pietà – olio su tela – Venezia (ultimo lavoro incompiuto, pensato per la propria tomba; colori cupi, luce livida cioè bluastra; una Maddalena al vertice del triangolo prospettico che urla; a destra una tavoletta raffigurante il pittore con il figlio Orazio; il volto di Nicodemo è quello del pittore e rappresenta un autoritratto.

GIORGIONE DA CASTELFRANCO

GIORGIONE da CASTELFRANCO

Data nascita        1478
Data morte        1510   

Caratteristiche principali:

allievo di Bellini e maestro di Tiziano
vita breve- solo 8 opere certe – le altre sono risultate poi del Tiziano
PITTURA TONALE
SIMBOLI – MITOLOGIA - ALLEGORIE
La prospettiva del Giorgione è costruita NON secondo regole geometriche ma creata dal colore: usando la scala cromatica egli crea l’illusione della profondità (lo facevano anche Mantegna, Bellini e Leonardo)
ASSENZA DI DISEGNO
Opere trattate sul testo
Disegni

•    Cupido che piega l’arco – matita rossa su carta – New York – studio anatomico imperfetto

Dipinti

•    Pala di Castelfranco – tempera su tavola – Duomo (Madonna tra due Santi, ambientato all’esterno, visione fantastica e scenografica)

•    La tempesta – tempera ed olio su tela – Gallerie dell’Accademia di Venezia (visione naturalistica, simbologie ed enigmi: Venere o Eva?

•    I tre filosofi – olio su tela – Vienna (allegoria delle tre età dell’uomo; figure prive di disegno; concetto simbolico della caverna)

•    Venere dormiente – olio su tela – Dresda (tema ricorrente; non dea ma donna inconscia della propria bellezza; paesaggio a più piani

MICHELANGELO BUONARROTI

Data nascita        Caprese 6 marzo 1475
Data morte        Firenze 18 febbraio 1564

Caratteristiche principali:
AMA RIPRODURRE IL CORPO UMANO – PREFERISCE LA SCULTURA- MONUMENTALITA’ DELLE FIGURE – COLORI INTENSI NELLA PITTURA

Opere trattate sul testo
Disegni

•    Due astanti – penna inchiostro bruno e grigio – Louvre Parigi (copiato da Giotto)
•    Studio di una figura nuda  - matita nera e penna nera - Casa Buonarroti Firenze
•    Cristo risorto  e La punizione di Tizio – matita e penna nera  - Royal Library Windsor

I tratti dei questi disegni sono forti, pesanti, la muscolatura delineata

Dipinti
•    Sacra famiglia – tondo Doni – tempera su tavola – Uffizi Firenze – colori sgargianti, ben definite le figure centrali; i nudi sullo sfondo simboleggiano il mondo pagano mentre la figura di San Giovannino fa da elemento di mediazione

•    Volta della Cappella Sistina – affresco – Vaticano – colori sgargianti e cangianti ; corpi monumentali; soggetti : scene della Genesi  nella parte centrale; 7 profeti e 5 sibille che occupano lo spazio sopra le vele triangolari; sulle colonne che suddividono le scene della Genesi ci stanno gli Ignudi; nelle vele triangolari  sono raffigurati gli antenati di Cristo secondo il Vangelo di Matteo; nelle sottostanti lunette angolari vi sono rappresentati episodi miracolosi.

•    Giudizio Universale –affresco – Cappella Sistina – corpi tozzi i salvati sono attoniti  disorientati; i dannati sono angosciati; la visione rappresenta il sentimento religioso di Michelangelo stesso, incerto verso la salvezza. 

Sculture
•    La pietà - marmo  - basilica di San Pietro – (il soggetto della pietà per la prima volta viene portato in Italia; espressività dei volti e dei corpi, la madonna giovanissima che tiene tra le braccia il figlio morto)

•    Il David – marmo – Firenze Gallerie dell’Accademia – sguardo corrugato pronto allo scontro con Golia; diventato simbolo di Firenze, lui piccolo che con solo una fionda ha sfidato un gigante; Michelangelo trova il marmo non integro e da lì crea comunque un capolavoro;

•    Tomba di Giulio II – San Pietro in Vincoli  Roma – l’elemento principale è la statua di Mosè, forte muscolatura  messa in evidenza dal drappeggio e la lunga barba che simboleggia saggezza

•    Schiavo ribelle e schiavo morente – due sculture che dovevano entrare nella tomba di Giulio II considerate comunque un pretesto per raffigurare corpi umani perfetti

Altre pietà in età matura – Pietà e Pietà Rondanini – cambia il concetto aggiungendo personaggi, il Cristo non è più in braccio ma sostenuto in piedi.

Architettura

Sagrestia nuova di San Lorenzo – Firenze – modello più verticalmente elevato rispetto a tutti i precedenti edifici del genere mediante tamburo, costituito da doppia volta, una bassa una alta, che termina in una lanterna, internamente ricoperta di lacunari (cassettoni) ed esternamente ricoperta di tegole di terracotta a squame; destinata ad accogliere le tombe dei Medici; su uno dei sarcofagi è rappresentato il Giorno, un nudo maschile che volutamente l’artista non ha completato, lasciando la testa abbozzata mentre il corpo è ben definito;

Biblioteca Laurenziana- Firenze – pensata a due livelli, una zona di lettura con i leggii ed una di conservazione dei volumi; in realtà non venne realizzata completamente; la scala venne realizata in seguito ed in pietra, non in legno come pensato da Michelangelo

Piazza del Campidoglio  - Roma – ristrutturazione della piazza

Basilica di San Pietro – parte superiore della cupola – riprende il lavoro di Bramante e, eliminando gli interventi di altri architetti successivi termina l’opera compattandone la struttura in modo semplice ed elegante, senza deambulatori e con i soli 4 pilastroni pensati da Bramante

RAFFAELLO SANZIO

Data nascita        Urbino  28 marzo 1483 – per questo viene chiamato “l’urbinate”
Data morte        Roma 6 aprile 1520

Caratteristiche principali:
GRAZIA ED EQUILIBRIO DELLE FIGURE, gestualità e contrapposti simili a Leonardo

Opere trattate sul testo
Disegni

•    Studio di un nudo maschile e di braccia – inchiostro su carta – British Museum Londra (contorni dalla linea non continua ma tratteggio ondulato ad archetti, tipico di Raffaello per modellare la muscolatura

•    San Giorgio ed il drago – penna e matita nera su carta bianca – Uffizi Firenze (evidente riferimento al disegno leonardesco dell’adorazione del magi che Raffaello ha visto; il cavallo impennato, la posizione del cavaliere ed il collo del drago, che è costruito con tratteggi semicircolari paralleli; chiaroscuro con tratteggio incrociato o a brevi chiazze.

•    Due uomini nudi in piedi di profilo – matita rossa su tracciato preparatorio a punta di metallo – Louvre Parigi (Raffaello compie lo studio di figura di nudo per i disegni preparatori però poi veste i personaggi nel dipinto, come dimostra questo disegno fatto per la tavola della Trasfigurazione) (chiaroscuro delicatissimo, tratteggio curvo che dà l’idea di arrotondamento)


Dipinti

•    Lo sposalizio della Vergine – olio su tavola – Pinacoteca di Brera, Milano (opera simile alla analoga dipinta dal proprio maestro Pietro Perugino; la tavola di Raffaello è migliore sotto il profilo prospettico, i personaggi non sono disposti sull’asse verticale ma hanno posizioni che danno l’idea del movimento; il tempio non è a pianta ottagonale ma ha 16 lati è meno pesante ed incombente; la cupola del tempio non viene troncata dalla CENTINA cioè dalla forma ad arco della tavola)

•    Madonna del Prato o del Belvedere – olio su tavola – museo di Vienna (come altre composizione a struttura piramidale, Madonna del Cardellino, la bella giardiniera, la Sacra Famiglia, fortemente ispirata ai lavori di Leonardo, anche per quel che riguarda il linguaggio dei gesti dei personaggi e la contrapposizione della postura)

•    Stanze di Raffaello – appartemento papale – città del Vaticano ( in breve il Papa affidò al giovane Raffaello il compito di dipingere interamente tutti gli affreschi previsti, suggeriti dagli umanisti del tempo; naturalmente non riuscì ad occuparsi personalmente di tutte le stanze; certamente sue le 4 stanze della Segnatura, di Eliodoro, dell’Incendio di Borgo e di Costantino;

•    La scuola di Atene – stanza della Segnatura – Vaticano (questa stanza ha come tema il vero, il bene ed il bello; Raffaello rappresenta una delle vie per raggiungere Dio, cioè la filosofia; egli dipinge tutti i maggiori filosofi del tempo, disponendoli all’interno di un edificio che ricorda le antiche terme; al centro Platone ed Aristotele. Raffaello affida ai vari filosofi le sembianze di suoi amici pittori: Leonardo è Platone, Bramante è Euclide e c’è pure il proprio autoritratto in basso a destra. Degno di nota è il particolare di Eraclito, posto in primo piano, che indubbiamente ha le sembianze di Michelangelo; questo personaggio non c’era nei disegni preparatori, è stato dipinto da Raffaello in onore del grande autore della cappella Sistina e, proprio per questo personaggio, notiamo che abbandona la tecnica adottata per l’intera composizione di stampo leonardiano, per avvicinarsi al modello michelangiolesco nella sua monumentalità, la figura di Eraclito ricorda il profeta Isaia che Michelangelo ha dipinto in capella Sistina.

•    La liberazione di San Pietro – stanza di Eliodoro – Vaticano (questa stanza ha come tema episodi storici che attestino la protezione di Dio sulla Chiesa; sono tre episodi distinti, separati dalle mura della cella; l’angelo luminoso che libera Pietro, a destra la fuga, a sinistra i soldati che scoprono la cella vuota; dipinto tutto giocato sull’oscurità vinta dalla luminosità soprannaturale dell’angelo che fa brillare le armature; ma la particolarità è che questo dipinto è posto sopra ad una finestra vera e che Raffaello con sapienza ha giocato anche con il controluce prodotto dalla naturale collocazione dell’affresco.

•    L’incendio di Borgo – stanza dell’incendio di Borgo – Vaticano ( narra l’evento dell’incendio cessato con il segno della croce fatto dal papa Leone IV; è realizzato come se fosse una rappresentazione teatrale con fondale e quinte; dipinto all’epoca in cui Raffaello si dedica all’architettura, sostituendosi alla morte di Bramante come architetto di fabbrica, vi sono riferimenti a stili vari, ionico, tuscanico, corinzio; vi è anche la ripresa letteraria di Enea che fugge con il padre Anchise ed il figlioletto.

•    Ritratto di Leone X – olio su tavola – Uffizi Firenze (psicologia del personaggio ben delineata; colore dominante il rosso, modulato per definire i tessuti, dal velluto alle sete;

•    Trasfigurazione – olio su tavola  - pinacoteca vaticana ( splendido dipinto della trasformazione secondo il vangelo di Matteo, subita da Gesù sul monte Tabor, dove divenne un essere di luce e, scendendo dal monte, sanò un ragazzo indemoniato; anche in questo dipinto prevale l’insegnamento di Leonardo, sul linguaggio dei gesti, lo studio fisionomico, il colloquio degli sguardi, il trasparire dei sentimenti.

Architettura (Raffaello imita lo sfarzo dello stile antico)

•    Cappella Chigi – Santa Maria del Popolo – Roma (cappella funeraria pianta quadrata con spigoli smussati ricca di elementi decorativi come paraste e trabeazioni, ripresi dal Pantheon; cupola a imitazione del modello di Bramante, decorata a cornici di stucco dorato e mosaico; le decorazioni della cupola rappresentano i segni zodiacali mentre al centro c’è il creatore. Mosaici marmi dipinti e sculture completano lo sfarzo della cappella.

•    Villa Madama – villa di Giulio de Medici sulle pendici di Monte Mario ( a imitazione dello stile degli antichi descritto da Plinio il Giovane; villa rimasta incompiuta che avrebbe anche dovuto comprendere un ippodromo e delle terme; due campate laterali a crociera ed una centrale a cupola, la loggia si espande in esedre ornate da nicchie, mentre le pareti sono scandite da paraste ioniche con fregio pulvinato)

•    Pianta di Roma – ultimo lavoro rimasto incompiuto. Il papa richiede all’artista una pianta della Roma imperiale. Durante questo immane lavoro Raffaello si rende conto dello stato di degrado ed abbandono delle rovine antiche e per prime redige una lettera, aiutato dall’amico Baldassar Castiglione, per denunciare la distruzione di opere antiche per fare calce per nuove costruzioni. La lettera di Raffaello è la base della nostra cultura di tutela degli edifici storici

pillole di LEONARDO DA VINCI

Data nascita        Vinci  (Firenze)15 aprile 1452
Data morte        Cloux (Francia) 2 maggio 1519

Caratteristiche principali:
CONTRAPPOSTO – SFUMATO – IDEA DI MOVIMENTO DELLE FIGURE - SIMBOLISMO

Opere trattate sul testo
Disegni
•    Testa di donna –  penna con acquarellature e matita nera su carta – Uffizi Firenze (accuratissimo disegno ricco di particolari, come i fili dei capelli)
•    Due vedute del cranio – penna, inchiosro e carboncino su carta – Royal Library di Windsor
(disegno scientifico, tecnica diversa; vi sono indicate le sezioni sede dell’anima secondo la filosofia di Leonardo; tratteggio tipico dei mancini da sx a dx)
•    Sant’Anna, la Vergine, il Bambino e San Giovannino – carboncino, matita e sfumino su carta – National Gallery Londra (gioco di gesti, torsione dei corpi cioè il contrapposto, lo sfumato ottenuto col carboncino, perdita del contorno)
•    Schizzi prospettici di chiese ed edifici – inchiostro seppia su carta – Parigi Institut de France (disegni risalenti al periodo milanese presso Ludovico Sforza, presso cui lavorò come ingegnere ed architetto oltre che come artista; edifici a pianta centrale, teoria filosofica della sfera e del cerchio, simboli dell’universo e di Dio) (disegna anche la pianta di una città a due livelli con canali sotterranei di deflusso)
•    Studi per gli apostoli Simone, Giuda, Giacomo – matita rossa su carta preparata rossa – Windsor Royal Library ( disegni di studio per il Cenacolo)
•    Città al centro di un vortice e Uragano sul mare – carboncino su carta giallastra ruvida – Windsor Royal Library (disegni dei Diluvi, visioni catastrofiche di sconvolgimenti geologici, già descritti nel codice Hammer)

Dipinti
•    Adorazione dei magi – tempera ed olio su tavola – Uffizi Firenze (incompiuto – scena collocata all’aperto – simbolismi : distruzione del tempio, mondo pagano che non conosce ancora la buona novella , i due alberi palma ed alloro a significare trionfo e martirio – resa scultorea elevatissima – linguaggio gestuale ed espressivo dei personaggi) (l’opera venne ammirata anche da Raffaello)

•    La vergine delle rocce – olio su tavola TRASPORTATO SU TELA – Parigi Louvre (schema compositivo piramidale con la vergine al centro della scena; gioco gestuale dei personaggi, eleganza ed armonia; ruolo di San Giovanni)

•    Il cenacolo – tempera ed olio su intonaco 460x880  – Santa Maria delle Grazie – Milano (iconografia completamente mutata, non lo spezzar del pane ma il momento dell’annuncio del tradimento) (gesti, espressioni, emozioni) (restaurato nel 1997 e restituito ai colori originali dopo secoli di sovrapposizioni)

•    La Gioconda – Monna Lisa – olio su tavola – Parigi Louvre (soggetto e paesaggio sono comprimari; lo sguardo sembra seguire l’osservatore; angoli di occhi e bocca sono sfumati e nascosti, i contorni sono imprecisi, manca definizione e questo crea l’illusione di un’immagine viva, pulsante